Avventure culinarie giapponesi (parte 1)

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Avventure culinarie giapponesi (parte 1)

Tra i molti aspetti memorabili della mia vacanza giapponese quello culinario non è sicuramente uno dei meno interessanti, quindi un reportage in questo posto non può mancare!

A dire la verità non so neanche da che parte cominciare, quindi comincio con le affermazioni più ovvie: primo, che in Giappone si mangia benissimo ma non si ingrassa, perché quella giapponese è una cucina ricca di verdure e proteine e praticamente priva di grassi; secondo, che pensare di conoscere la cucina giapponese avendo mangiato solo sushi, sashimi e tempura è come pretendere di conoscere la cucina italiana avendo mangiato solo in pizzeria.

Sfato quindi il primo mito: i giapponesi non mangiano affatto tanto sushi.

Il sushi si trova solo nei ristoranti sushi, con o senza nastro trasportatore, tipo questo

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nei banchi dei supermercati dove giace, in confezioni sottovuoto, a fianco degli onnipresenti e amatissimi onigiri (la versione giapponese degli arancini di riso nostrani), oppure nei ristoranti per turisti, che come in ogni altra parte del mondo esibiscono menù sterminati nei quali si trova un po’ di tutto. Per il resto non è che lo si veda in giro così tanto.

Quello che invece è onnipresente è il sashimi: talmente onnipresente che viene mangiato perfino a colazione.
E la colazione tradizionale giapponese può essere uno shock anche per lo stomaco occidentale più eclettico. Noi ce la siamo trovata davanti in una locanda tradizionale nella quale abbiamo dormito e mangiato per tre giorni.
Immaginate la scena: mi alzo praticamente all’alba (i giap sono mattinieri, e oltre le 7 e mezzo non ti danno più niente), ora nella quale il mio stomaco è in grado di assimilare al massimo una tazza di caffè e un paio di biscotti secchi, e mi trovo davanti QUESTO

 

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vale a dire: sashimi di seppia cruda; pesce di fiume alla griglia; selezione di verdure sottaceto; selezione di verdure crude scondite; selezione di verdure cotte (zucca, patata dolce, fagiolini, cavolo) con seitan; prugne marinate Umeboshi; zuppa di miso con tofu e cipollotto; riso bollito; tè verde.

Ora, io sono di larghe vedute: ma garantisco che è stata dura.

Sempre meglio comunque che per mia figlia,  la cui faccia davanti al banchetto e alla gentile signora che ce l’ha servito come si può vedere è tutta un programma:

 

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La temibile colazione, comunque, non solo l’abbiamo mangiata, ma nonostante le cinque ore impiegate a digerirla (quel pesce alla griglia pesava sullo stomaco come un macigno) abbiamo pure fatto coraggiosamente il bis la mattina dopo.

Per Nina invece abbiamo chiesto un “western breakfast”, cosicchè la mattina dopo le sono stati piazzati davanti:
-un coppino di verdure crude scondite sormontato da una fetta di prosciutto
-un coppino di yogurt bianco naturale sormontato da un elegante ghirigoro di gelatina di lampone e da una foglietta di menta
-due uova crude con relativo fornelletto di ghisa per cuocerle
-un ciotolo di fette di pompelmo rosa tagliate artisticamente in forma di solidi a più facce
-un dado di tofu immerso in un brodetto di pesce
-un piattino di sashimi di salmone, evidentemente considerato più “western” della seppia.

Davanti alla faccia sconsolata di nostra figlia abbiamo preso il coraggio a quattro mani, richiamato la signora e chiesto se per caso aveva…che so…una brioche (“brioche????”), oppure un po’ di latte (“latte???”) e alla fine siamo riusciti ad ottenere due fette di pane tostato e un minuscolo dado di burro, che Nina ha mangiato con l’aria dell’ergastolano confinato sull’Isola del Diavolo.

Meno male che per le strade giapponesi si trovano in ogni angolo caffetterie in stile americano, boulangerie in stile francese e soprattutto i benedetti distributori automatici di bevande calde e fredde (dei quali dirò, perchè in Giappone sono un’istituzione) , sennò ce la saremmo vista brutta…

Sempre a proposito di sashimi, un tipico ristorante giapponese è questo, dove gli avventori si siedono davanti al banco e il cuoco prepara il cibo davanti a loro, sulla base delle loro richieste.

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qui abbiamo mangiato un sashimi fatto “a insalata”, cioè con le fettine di pesce disposte in un grande piatto su una base di verdure crude tagliate a julienne, un monumentale tempura di verdure miste e gamberoni, un tempura di pollo per Nina (gentilmente offerto dalla padrona quando si è accorta che lei non mangiava le verdure) e uno shabu-shabu, cioè uno stufato in cui i cibi vengono cucinati personalmente dai clienti in una pentola di brodo scaldato su un fornelletto, un po’ come una bourguignonne.

Una volta finito di cuocere quello che c’è da cuocere l’avanzo del brodo viene ritirato dal cuoco, che ci butta dentro qualche manciata di riso, quando è cotto aggiunge qualche uovo battuto a stracciatella e rimette in tavola un’ottima minestra con cui si conclude il pasto:

 

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Sfato a questo punto un altro mito: che mangiare in Giappone costi caro.

Per il pranzo sopra detto, completo di due birre alla spina, tè verde e bicchierini di sakè finali, abbiamo speso in tutto l’equivalente di 58 euro, meno di 20 euro a testa.
E questo è più o meno l’ordine di grandezza del conto per qualsiasi pranzo: purchè si abbia l’accortezza di scegliere esclusivamente locali con insegne tipo questa

 

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e cioè incomprensibili all’occidentale.

Significa che il locale è per giapponesi e non per turisti: il che come in tutto il mondo è garanzia di ottimo cibo, conti onesti e niente fregature. Tanto, se una volta dentro non capite (come sarà probabile) una parola di quello che sta scritto o che viene detto non ha la minima importanza: i giapponesi sono di una gentilezza tale che ordinare sarà facilissimo comunque, perché tutti si faranno in quattro per aiutarvi!

 

Dicevo prima dei distributori automatici di bibite. Che in sè ovviamente non sono una cosa strana, ma quello che in Giappone sorprende è quanti ce ne sono: praticamente ogni cento metri se ne trova uno, anche nella campagna più sperduta. E si sono rivelati veramente provvidenziali, un po’ per il caldo umido tropicale che dopo dieci minuti fuori dall’albergo ci faceva già sudare come maiali, e un po’ per riprenderci dall’impatto della colazione tipica giapponese…
La cosa migliore che contengono infatti è la poderosa selezione di caffè e cappuccini in lattina: tutti assolutamente decorosi anche per uno standard italiano, e tutti economicissimi (costavano in media sui 120 yen, meno di un euro).

L’altro motivo per cui i distibutori erano utili era il fatto che erano l’unico posto in cui si potevano trovare dei bidoni della rumenta. Un oggetto che per il resto in Giappone è totalmente inesistente, cosa che è stata per me fonte di colossali incazzature (sembra una belinata: ma provate a pensarvi mentre correte giù dalle scale della metropolitana di Tokyo per acchiappare un treno, avete in mano un bicchierone di carta pieno di gelato sciolto avanzato da vostra figlia e non sapete dove diavolo cacciarlo, e mi capirete) e della quale non ho capito il senso finchè non ho scoperto che la raccolta differenziata là è una religione, e la possibilità di gettare rifiuti diversi in un unico contenitore semplicemente non è contemplata.

L’unica cosa che non ho capito è chi diavolo fosse il simpatico personaggio che sorrideva sopra la parata delle bottiglie, un tipo a metà strada tra Guido Angeli e il mago Silvan:

 

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Ed ora, le tre  foto più surreali della mia esperienza culinaria giapponese!
Un ingrediente sospetto nel sushi…

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Miracolooooooo!

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E per finire…la vera cucina italiana!

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Il seguito alla prossima puntata!

 

 

 

  1. melissa72 says:

    Ma alla fine lo chef italiano che consigliava? Sono rimasta a metà! tua figlia troppo forte, io avrei rischiato di rimetetre non amo il pesce e a colazione poi…
    Ottimi consigli e racconto!

  2. Come sempre, troppo buona 😀

  3. Mi piacciono i tuoi racconti, Pongi…sei un talento.

  4. Debora fondatora says:

    non bastano dieci stelle per votare questo tuo racconto!!!

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